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IL GIOCO “LEGACY”: EVOLUZIONE O STRATEGIA COMMERCIALE?

Di Matteo Roberti

Il tabellone del gioco Pandemia Legacy che verrà inesorabilmente modificato.

Da circa sette anni, nel mondo dei giochi da tavolo, si è andato affermando un particolare sistema di gioco che viene definito legacyCon questo termine intendiamo tutti quei giochi che, per un motivo o per un altro, hanno una fase di vita che dura fino al completamento dello stesso. Una volta completato, il gioco non può più essere giocato. Sembra uno scherzo, forse un paradosso, eppure esistono giochi usa e getta.

Completando la definizione, sono costretto a precisare che in un gioco legacy i materiali e le plance di gioco subiscono significative modifiche, come anche le regole, al punto che non sarà più possibile “riavvolgere il nastro” alla situazione originaria.

L’idea di questa “follia” venne casualmente al game design Rob Daviau (qui i suoi lavori) che un bel giorno, parlando di Cluedo, si chiese cosa spinge le persone ad andare a cena insieme ai protagonisti del gioco sapendo che comunque ci scappa sempre il morto. Si rese insomma conto che ogni volta la memoria dei partecipanti veniva azzerata, e cioè che ogni gioco veniva ogni volta riportato alla sua situazione originaria, resettato potremmo dire.

Sarebbe stato interessante invece capire cosa avrebbero fatto i personaggi di Cluedo davanti ad un vero assassinio, come si sarebbe evoluta la storia con gli assassini arrestati. L’idea in realtà fu scartata, ma a Daviau venne comunque affidato il compito di provarne una simile applicata al sistema di Risiko. E così, nel 2011 esce Risk Legacy, di fatto il primo gioco legacy inteso in questo senso.

Tuttavia il più famoso della serie legacy è senza dubbio Pandemic legacy (uscito nel 2015, e sempre realizzato da Daviau), ispirato al mondo e al sistema di gioco di Pandemia. In questo gioco i giocatori devono svolgere una sequenza di 12 partite (o anche di più qualora dovessero perdere), ognuna delle quali rappresenta idealmente un mese di gioco.

Nel mese di “gennaio” comincia a diffondersi un morbo che via via diventerà sempre più incurabile… riusciranno i giocatori a debellare l’orrenda minaccia? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che al completamento dei dodici mesi non sarà più possibile ricominciare tutto da capo, in quanto durante le varie partite il tabellone e le carte da gioco subiscono delle modifiche sostanziali (ad esempio il tabellone viene invaso da adesivi un po’ ovunque, mentre alcune carte vengono addirittura strappate, senza contare che alcune regole vengono totalmente stravolte).

Il materiale che c’è nella scatola di Pandemia Legacy

Tentare di ripristinare il tutto rischierebbe di rovinare ancora di più la plancia, che comunque – nel caso specifico di Pandemia Legacy – rimarrà disponibile per continuare a giocare utilizzando il sistema base di Pandemia (anche se non più in modalità “campagna” legacy). Altri giochi di questo tipo, famosi, sono senz’altro SeaFallAndroid Netrunner nella sua espansione “Terminal Directive” e Charterstone (quest’ultimo uscito poche settimane fa).

Prima ho dovuto precisare questo fatto delle modifiche perché alcuni ritengono che debbano essere considerati legacy anche altri tipi di giochi che all’apparenza sembrano “simili” all’idea del legacy, ma che di fatto non lo sono. Stiamo parlando ad esempio di T.I.M.E. Stories (in cui i giocatori interpretano dei personaggi che tornano indietro nel tempo per modificare una parte della storia), ma anche di tutti quelli ispirati al mondo dell’escape room (come tutta la serie Deckscape, in cui i giocatori devono riuscire in un’ora reale di gioco ad uscire “vivi” da una stanza fatta di carte!), o come altri ispirati al mondo di Lovecraft (come Arkham Horror gioco di carte, in cui i giocatori sono chiamati a contenere gli orrori dei grandi antichi).

La plancia di T.I.M.E. stories

La sostanziale differenza tra un gioco come Pandemia Legacy e un gioco come T.I.M.E. Stories è presto detta: nel primo la plancia viene modificata, e vengono modificate anche le regole; nel secondo no. In Pandemia Legacy si inizia giocando ad un gioco e via via si ha la sensazione di trovarsi in qualcosa di diverso rispetto al contesto iniziale. In T.I.M.E. Stories, invece, le regole rimangono le stessa da missione a missione; viene solamente narrata una storia che una volta conclusa non ha più ragione di essere giocata di nuovo.

Ma la plancia e le regole sostanzialmente restano sempre le stesse. In sintesi: dopo 40 anni potremmo rigiocare a T.I.M.E. Stories (a meno che non abbiamo una memoria di ferro e non ci ricordiamo tutte le avventure), ma non potremmo comunque mai rigiocare a Pandemia Legacy (memoria di ferro o meno).

Il gioco legacy, insomma, ti porta a vivere ciò che hanno sempre vissuto i giocatori di ruolo: l’esperienza.I personaggi che interpretiamo crescono, si evolvono, mutano, non sono mai sempre gli stessi (per questo solitamente il gioco legacy è svolto sempre dal medesimo gruppo). Nuove regole possono essere introdotte man mano che la campagna prosegue, consentendo in un certo senso al gioco stesso di “espandersi”, e ai giocatori di compiere scelte che modificano l’assetto stesso del gioco.

Il contenitore viene aperto e sta contagiando tutto ciò che ci circonda. Il processo è irreversibile, e noi dovremo essere in grado di dominare questi cambiamenti. Di fatto, alla fine della campagna, la scatola di quel gioco sarà unica, diversa da una stessa scatola giocata da un gruppo diverso. Nel legacy uno stesso gioco avrà sicuramente riscontri differenti da gruppo a gruppo, e finirà – forse – con regole differenti da gruppo a gruppo. Eppure il gioco è lo stesso! Magia del legacy.

I punti di forza e i punti di debolezza dello stile legacy sono facilmente intuibili. Dalla sua il legacy ha appunto questa fase “esperienziale” unica, che rende l’esperienza diversa da qualsiasi altra esperienza sempre vissuta con lo stesso gioco. Altro punto a favore è sicuramente rivolto al game design, che non sarà più costretto ad occuparsi di capire come rendere la rigiocabilità del gioco infinita.

La resa, dunque, non può che essere migliore. I punti di debolezza sono quasi una diretta conseguenza di questi punti di forza: se volessi giocare nuovamente un legacy sarei costretto a comprare nuovamente il gioco, dunque a spendere di nuovo una certa cifra (anche se in rete si trovano svariati suggerimenti per giocare un legacy senza compromettere necessariamente il gioco stesso). Qualcuno l’ha definita una furba operazione commerciale e, per principio, ne sta alla larga. Io amo definirla, invece, come un’entusiasmante evoluzione di esperienza di gioco legata a fini commerciali (divisibili).

Abbiamo detto che spessissimo i legacy vanno giocati in gruppo, e il più delle volte sempre con lo stesso gruppo. Se il prezzo del gioco è troppo alto dividetevelo! Con pochi euro per uno avrete un’esperienza di gioco davvero unica. Sta dunque a noi decidere se provare ad immergerci una tantum in un gioco con il rischio di mangiarci le unghie nel momento in cui ci rendiamo conto che non potremmo mai più riparare ad un nostro eventuale errore, oppure continuare con i giochi che tornano come nuovi alla fine di ogni partita. Bene in ogni caso, sia chiaro. L’importante è giocare.

Matteo Roberti

 

Teatro Ascetico. Corso di teatro per artisti moderni.

Aprirà tra qualche giorno, se i vigili non ripassano, il corso di teatro ascetico del M° Cernusco da Navarra, ma questa volta, solo per chi viene da Bolsena. Perchè? Perchè il M° è un po’ razzista ma del resto è artista e quindi tutto può. Per questi fortunati, (ma solo i primi mille) il M°, terrà ben SEI lezioni tubolari a coppie di due o tre poi si guarda, e rilascerà l’attestato di “ATTORE ASCETICO”, che garantirà agli artisti, di saltare la coda ai provini quelli fatti nei BAR, o in piazza, oppure quelli a pagamento sempre presso la nostra sede, il circolo ARCI “Lo stanzone di sopra”, adibito per l’occasione a teatro/sala provole.

Cosa vi portate a casa (o in questura) con questo corso di teatro:

– Sei lezioni personalizzate da 55 min. l’una con la possibilità di portare a UN’ORA! Con un sovrapprezzo di soli 68 euri.
– Attestato di partecipazione in vera finta pelle di tordo.
– Bacio accademico con lingua (solo a donne giovani) del M° Cernusco da Navarra.
– Una sua foto autografata con sfondo Capri.
– La musicassetta del corso integrale registrata col Geloso (r)

Il M° Cernusco da Navarra durante una sua esibizione per beneficenza (forse).

Il tutto per la modica cifra di settecentottantaeuri (780) Iva a parte, da versare come anticipo in contanti a Mario, quello che sta alla porta e vi fa passare uno per volta. Per chi vuole ci sono pure le comode rate mensili da centonovantotto (198) euro per sei mesi senza interessi. Come “non torna”? Se non torna vi si manda Mario e poi torna tutto, state tranquilli.

Un ex allievo che saluta tutti i futuri partecipanti col suo motto: “il mattino ha il fumo in bocca”.

Fate in fretta perché quest o corso di teatro è un’offerta riservata agli artisti talentuosi e che vogliono andare al Grande Fratello o a fare il pubblico ai “Fatti Vostri”.

Vi aspettiamo!

“Il dominio del Pepette” un libro libroso!

E dopo le recensioni teatrali, cinematografiche e televisive, arriva la recensione della letteratura fantastica! Non perdetevi questa perla letteraria che potrete trovare in tutte le farmacie di turno!

Il dominio del Pepette

Di Lucia Troiesi
Genere: Fate voi
Durata: troppa

La scrittrice Troiesi appena uscita dal parrucchiere (dopo averci litigato).

Sinossi.
Il libro narra del mondo fantastico di Paurus nella galassia di Pampers, in fondo a destra e di Skoda, una mezz’elfa mezz’unta, adolescente, nata dalla principessa Ismene e il principe Rancido, che si è persa nel bosco dei Rapalli.

Era andata lì, su suggerimento del mago di corte Pappaslardus, per raccogliere gli ingredienti per il filtro magico da lui prodotto: il matricianus vaccinaro, che rende sazi anche se non s’è fatta colazione appena svegli e subito si va a lavoro. Skoda cade in un burrone svenendo e perdendo quei pochi GigaByte ti memoria che aveva.

Sarà il giovane Skrotus, un semplice contadino delle terre di Pugliatus, che trovandola, invece di riportarla al castello giusto a 600 metri in linea d’aria (ma ben 750 seguendo il sentiero) se la porta a casa sua con intenti sicuramente non pornografici ma filosofici. Qui a Tampaloz, Skoda si sente a casa, anche se per genitori si ritrova due gonzi che sanno solo dire “vuoi guadagnare col trading?” e per mangiare gli danno solo lupini e bacche di Goji.

Ma ecco che mentre Skoda comincia a chiedersi dove cazzo sia finita, arriva il Pepette, mostro mitologico risvegliato da quella di sopra che cammina coi tacchi. Quindi preso dall’ira furibonda, investe Tampaloz e tutti i Tampalozziani, investe pure sulle strisce lo sciamano del tempio: Ragnatrop, e sua sorella Ragnatel, che non la dava a nessuno, figuriamoci a Skrotus, con quei problemi ai genitali.

Dove è possibile trovare il Pepette scontato e senza olio di palma.

Il Pepette rapisce Skoda e la porta sul monte Fausto, protetto dalle sue bestie carnivore: Brezza, che uccide con il potere del vento, Brozzi che uccide col potere della diossina e l’inquinamento acustico e Brizzi che uccide con la sua verga a sorpresa dopo la prova di recitazione.

Riuscirà Skrotus a salvare Skoda e ripristinare il mondo di Paurus come era prima dell’ultimo aggiornamento obbligatorio di Windows? Lo saprete solo leggendo il libro della Troiesi, oppure chiedendolo a me che per 5 euro ve lo dico.

Alla prossima recensione!

IT… Esso… Insomma quello lì.

No, non ci siamo proprio. Vado a vedere “IT” e mi sento un vecchio bacucco e ciò non va assolutamente bene. Ero rimasto agli inizi degli anni ’90 quando, ancora ventenne, mi spaventai non poco vedendo la prima puntata in TV (e non al cinema) della miniserie in due puntate tratta dal romanzo di Stephen King (che non ho mai letto purtroppo).

La locandina di IT

Non ero un bambino, non lo vidi al cinema, ma mi ricordo che insieme agli amici del tempo rimanemmo tutti molto impressionati, non tanto dagli effetti speciali quasi ridicoli per via del basso budget, ma perché la storia ti prendeva fin da subito, quei ragazzini erano credibili e soprattutto Penny Wise era interpretato quasi senza trucco da Tim Curry, un’interpretazione così forte che era costretto dagli altri attori a lasciare il set durante le pause e il piccolo “Georgie” pianse davvero durante la scena della sua morte.

Penny Wise interpretato da Tim Curry

Stasera, forse anche attirato dalle solite alte aspettative, ho passato due ore a sbadigliare. Il film, più fedele al libro che la precedente trasposizione (mai avallata da King) Inizia abbastanza bene, ma poi tutto rimane nascosto degli effetti speciali esagerati che nel 2017 ormai non sorprendono manco più di tanto.

Un Penny Wise che spaventa solo quando alzano la musica e ti fanno “BU!”, i ragazzini… mah… molti fuori parte, un paio doppiati non male, ma con la voce troppo giovane (soprattutto il grassottello), clichè triti e ritriti sia in sceneggiatura che in regia che pareva di assistere alle trame dei film dell’orrore di serie B anni ’80. E infatti ci hanno infilato il protagonista (sempre fuori parte per me) di “Stranger things” casualmente in uscita nello stesso periodo.

Qualche balzo sulla poltrona l’ho fatto ma per quello bastano gli scherzi video su youtube eh? Se poi vogliamo aggiungerci il pubblico in sala… Non si sono chetati un secondo! Soprattutto due gruppetti di ragazze che hanno chiacchierato e commentato ogni singola scena del film! Il ragazzino bacia la ragazzina? Ecco le risatine. Ma quanti anni avete? Ciliegina sulla torta: a fine film quello accanto a me accende il telefono e va sul TRADUTTORE di google e con soddisfazione fa all’amico accanto: “ESSO! avevo ragione, visto?” Cioè per tradurre “IT” hai bisogno del traduttore di google?!? Un genio.

Insomma l’ennesima operazione commerciale di cui evidentemente si sentiva la mancanza ma che non sovvenzionerò per il secondo capitolo (sì perchè questo è solo la prima parte di due, come la mini serie).

ROMBO ! Un film salato da morire…

Cari amici del blog, le ferie stanno per finire ma ecco che i migliori film dell’anno escono proprio mentre state per rientrare a lavoro, così la nausea sarà meno duratura. Oggi vi segnalo questo film magistrale del maestro Sistola, girato in toscano stretto, vicino Baratti. Merita davvero. Ci sono degli spoiler ma tanto la bellezza di questo film è il montaggio analogico. Poi mi saprete dire.

Rombo, contento, in pausa pranzo.

ROMBO

“First moccolo”

Genere: azione
Durata: 90’
Colore: parago
Audio: a tratti gorgoglia
Co-Produzione: Livorno/Orbetello
Regia: Sandrino Sistola.

Sinossi (il riassunto, per gli ignoranti).

Baratti. Giovanni Ritella detto “Rombo”, sia per il peschereccio con la Giannelli power e il 16 pari 12 travasi, sia per la sua predilezione per l’omonimo pesce, soprattutto impanato, è un pescatore di Baratti che dopo una battuta di pesca in solitaria, durata diversi giorni, nel golfo di Talamone, torna a casa a trovare il suo amico Bruno Taddei… (ora ci vuole un punto, troppe subordinate, sennò vo’ troppo lungo col periodo).

Dicevo, torna a Baratti a trovare il Taddei, ma la mamma gli riferisce che purtroppo l’amico è morto incastrato nella rete. Infatti è stato trovato folgorato con le dita nella presa di corrente adduevventi e l’altra nelle mutande a 5 stelle. Rombo si rende conto di essere l’ultimo del suo gruppo di vecchi pescatori, e quindi per tirarsi su di morale decide di andare al Bar del porto per farsi un gotto di “Vilpo” una bevanda che fanno solo lì (se diovòle) a base di vino e polpo frullato.

Purtroppo l’arrogante e violento capo dei vigili urbani, Sonni Bombi, lo scambia per uno che da piccolo gli ha fatto mangiare le cozze senza sbuccialle e quindi prima l’accompagna gentilmente (ma con l’inganno) sulle secche con tutto il peschereccio, poi quando Rombo sgomma impunemente e pénna di fronte alle fìe col peschereccio, come c’avesse sotto il culo un vespino, lo fa arrestare.

Dai vigili, Rombo si rifiuta di dare le proprie generalità, sembra deficente, addirittura lo pigliano pe’ i’ culo facendogli ingollare 12 mentos con la coca cola e questo gli fa ricordare i tempi delle medie quando il Tapinassi lo costringeva a fare il bagno a Rosignano Solvay con la Nivea sulle spalle. Rombo perde la pazienza, e dopo che gli hanno fatto assaggiare le caramelle all’aglio, cazzotta tutti, ruba una Graziella e pedalando scappa nel parco di Rimigliano.

Comincia la caccia all’uomo. La municipale, coadiuvata dai vigilini strappati al traffico di Cecina Mare, lo accerchiano coi risciò. Rombo si mimetizza da platano e senza farsi notare, mette al volo, le ganasce a tutti, provocando oltre che gli applausi degli automobilisti, la morte di un vigilino. Il morto è proprio l’amichetto del capo dei vigili Sonni, che s’incazza come una col tacco 14 sui sampietrini.

Quindi chiama l’ex datore di lavoro di Rombo, tale Samuele Trumoni detto “il colonnello”, per via di quelle divise da ufficiale con cui vestiva i manichini a casa sua, per poi fotografalli a novanta. Il Trumoni arriva tutto impettito e subito dice a tutti che quello che loro chiamano “inferno” Rombo lo chiama “casa”. “E allora?” Gli risponde il Bombi, “anche io quello che chiamo “contabilità creativa”, la finanza lo chiama “evasione fiscale” ma mica lo vengo a dire a lei!”

Nessuno capisce un cazzo. Gli intimano invece di tirare fuori il suo 730 coi contributi versati di Rombo. Trumoni dice che li verserà non appena l’ INPS gli manderà l’avviso e quindi sticazzi. Rombo intanto per non essere catturato, si è buttato senza paracadute da una scogliera a picco sul mare. Ma prima di sfracellarsi al suolo, sbatte sui rami degli alberi sottostanti e si rovina solo un po’ il ciuffo.

Per fortuna ha il coltellino svizzero che oltre allo stuzzicadenti estraibile ha il pettinino a denti fini. Bello pettinato ora però ha freddo, quindi si veste con un pezzo di carta a vetro del 40 e va a dormire in una grotta con i topi.

La mattina, grazie alla nebbia riesce a rubare un Gilera aletta oro del 1989 e torna in città per bere il suo Vilpo. Prima però passa a fà benzina e visto che lì costa quasi 1,800 al litro, quando appena fuori Venturina sta a 1,400, va su tutte le furie e incendia tutto. Finalmente arriva al bar. Sta per ordinare quando il capo dei vigili Sonni lo sorprende con una mossa di judo imparata alle medie, ma nel fargliela si auto evira.

Rombo viene circondato dai vigilini venuti direttamente da Cascina. Gli dicono che il suo pescereccio è tato sequestrato per l’IVA del ’92 non versata e che il pesce che ha in stiva non è a norma CEE e se lo può mettere al culo. Preso dallo sconforto, Rombo sta per uccidere Sonni, ancora annodato a terra, ma il colonnello Trumone lo ferma appena in tempo per fargli fare il monologo finale sui pescherecci della concorrenza che pigliano il tonno As Dio Merd, l’unico tonno insuperabile ma che va in culo a voi e chi siete.

Ende.

 

Sandokan, anti zanzare contro le tigri… ma dell’India.

Sandokan anti zanzare? Forse…

Sandokan, che bello! Chi non se lo ricorda mentre saltava col coltello in mano e coraggiosamente uccideva la feroce tigre? Kabir Bedi ci ha tirato su almeno due famiglie con quel personaggio e tutti noi gli vogliamo bene.

Devono aver pensato a questo tenero sentimento se hanno deciso di chiamare un anti zanzare proprio “Sandokan”, forse per l’allusione tigre- zanzara tigre, penso, perché altro non mi sovviene.

Ma andiamo con ordine: arriva l’estate e i nostri giardini e terrazzi si riempiono di dolcissime e simpaticissime zanzare che oltre a toglierti il sonno col loro ronzare, ti tolgono dai 3 ai 4 litri di sangue a notte se va bene. La cosa sarebbe anche pacifica se nel togliercelo poi se ne andassero senza infastidirci oltre, ma invece rompono pure gli zebedei, lasciandoci dei bubboni grossi come lupini, che prudono per tutta la notte. Come ovviare a tutta questa tortura medioevale?

Ci sono i “fornellini”, ma se non vuoi che la mattina non ti collassi un polmone dopo aver respirato un po’ di veleno, è meglio soprassedere. Ci sono gli zampironi ma a questo punto meglio andare a vivere direttamente sotto l’Ilva di Taranto, oppure le magiche zanzariere, sempre se non hai un gatto pellegrino in casa che te la smonta in due ore e la usa per arrotarsi le sue unghie.

Quindi cosa fare? La soluzione “fai da te” la provai anni fa mettendo del bicarbonato dentro a una mezza bottiglia di acqua foderata da plastica nera. Dice che il nero le attira… dopo giorni quel vasetto rimase vuoto ed era più le volte che ci si inciampava che altro.

La soluzione avveniristica/tecnologica/figa mi è balenata davanti agli occhi andando a fare compere da Bricofer: il Sandokan mosquit-all. Che penso stia per “ammazzo qualsiasi tipo di zanzara, da quella normale alla tigre a quella balena alla zanzara operaia, a quella aristocratica, pure quelle incinta tiè!”

Sandokan, la morte nera! O viola a seconda dei casi…

Leggo sulla confezione che basta accenderlo e le zanzare verranno risucchiate al suo interno, attratte dalla luce violacea che emana il coso e dalla ventola aspirante. Vai, preso, 34 euro e passa la paura.

Arrivo a casa e apro la confezione. Prima sorpresa: sul libretto c’è scritto che il prodotto funzionerà sicuramente se posizionato in luoghi ombrosi al tramonto o all’alba… MA potrebbe funzionare meglio se dentro ci mettiamo “l’attrattivo”, un composto a pasticche che penso contenga un micro cartello con la scritta “SALDI -90%” visto che le zanzare che pungono sono tutte femmine. (dai su una battutina misogena fatemela mettere).

Ok, proviamo senza attrattivo. La palla è ben fatta, buoni i materiali. Un po’ ostico da aprire e chiudere le prime volte, ma dopo che ci avrete fatto un po’ la mano, ce la farete.

Dentro la palla c’è una striscia di gommapiuma che non si sa ben che funzione abbia, forse per contenere meglio, tipo sotto vuoto, le migliaia di zanzare che andrà a catturare. Ok, attacco la presa, posiziono la palla in un angolo della camera da letto… apro la finestra e vado via.

Dentro Sandokan… il mistero.

MOLTE ORE DOPO…

Entro in camera e mi sorprende la bella luce viola di cortesia che emana Sandokan. Come se mi dicesse: “non aver paura, Sandokan ti protegge dalle tigri!” Già mi immaginavo le tonnellate di zanzare catturate… Spengo il coso, accendo la luce, apro la palla e….

IL NULLA. Giusto un moscerino rincoglionito, che appena ho aperto se n’è tornato a casa secondo me contento di quell’esperienza vorticosa. Ok, forse ho sbagliato orario o posizione? Scrivo alla casa che lo distribuisce in Italia che manco a farlo apposta si trova su www.sandokan.com incredibilmente un dominio ancora libero per il quale Kabir Bedi penso non ci dorma la notte.

Mi rispondono gentilmente che forse è meglio comprare l’attrattivo (che vendono anche loro ovviamente) e di posizionarlo in terrazza la sera, prima del tramonto. Ok compro l’attrattivo. Occhio a non toccarlo con le dita perché vi rimane il puzzo di “roba di zanzare” addosso per giorni. Lo inserisco nel coperchio superiore e tutto baldanzoso e fiero, rimetto il trappolone in funzione, come un film…

Sandokan: L’attrattivo che attrae…

EST. TERRAZZA. ANGOLINO BUIO.TRAMONTO.

Ecco Sandokan in agguato. Fiero, a petto nudo, il pugnale in mano. Si nasconde nel fogliame della terrazza in attesa della sua preda. Eccola! La Tigre ronzante che arriva possente, baldanzosa, golosa di sangue caldo. Sandokan sprizza luce viola dai suoi occhi, il suo fiato puzzolente attrae la bestia che è golosa di quella robaccia marcia, (ma del resto le zanzare tigre son fatte così, gli garba lo junk food). 

La Tigre si precipita verso la luce viola, Sandokan spalanca le sue grandi braccia contenitive, il risucchio è potente, impetuoso, come un uragano del Texas…

Ma la zanzara se ne frega, entra in camera, mi punge e bella piena se ne va.

TITOLI DI CODA.

FINE.

Tenuto giorni e giorni con il puzzo dell’attrattivo in ogni stanza. Niente, ha preso UNA una sola zanzara in un mese, forse si voleva suicidare poverina. Quindi lasciate perdere Sandokan e tutte le tigri dell’India perfavore. Mettete una zanzariera a doppio strato e caricate il fucile a pallettoni!

Ah, se ormai l’avete comprato, potete usarlo come luce di cortesia in giardino, o nell’ingresso per la notte. Quello lo fa bene.

Sandokan: la luce di cortesia “attrattiva” ma non per le zanzare.

Civita di Bagnoregio, il paese che muore… anche dal caldo!

Civita di Bagnoregio, è davvero “il paese che muore”?

A detta di tutti (e di Wikipedia) pare di sì. Muore da secoli, ha cominciato a morire con gli etruschi, per continuare l’agonia con i romani, per poi subire le angherie del medioevo per finire con quelle della repubblica Italiana, che però l’ha messa tra i borghi più belli d’Italia e la sua valle dei calanchi è stata proposta, nel 2005, come sito di interesse comunitario.

Ora non sto qui a scrivervi la storia di Civita, come è stata fondata, chi l’ha abitata e tutto il resto. Vi basti sapere che si trova tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere, nel comune di Bagnoregio. Tutto il resto lo potete trovare sui siti istituzionali e su wikipedia. “Sì ma allora perché ci stai facendo un articolo?”

Un attimo! Ora ve lo dico, se pazientate…

Scrivo questo pezzo perché sono rimasto un po’ deluso dal borgo e per darvi qualche consiglio su cosa NON fare per andare a visitarla.

Innanzitutto, se dovete scegliere un periodo dell’anno per vedervi Civita, NON andateci il primo d’agosto come ho fatto io. A parte il caldo eccezionale di questi giorni (agosto 2017) arrivare alle 13:30 non ha aiutato. Non aiuta nemmeno il fatto che tutto il paese è in pietra, bella pietra che si scalda al sole (come tutte le pietre) e che rimanda quel bel tepore a 50° ininterrotto fino a mezzanotte.

Ma facciamo un passo indietro: come arrivare?

Sul sito del comune c’è scritto che ci si può arrivare in treno da Roma, arrivando passando da Viterbo o da Orvieto. Optando per Viterbo (5 euro), che da casa mi era comodo perché ho la stazione Trastevere vicina, ho visto che con un viaggetto di poco meno di due ore, sarei arrivato a Viterbo per poi prendere il bus Cotral per Civita. Ma ecco il primo dubbio: Viterbo porta romana o fiorentina?

Sul sito non è specificato, ma ho pensato che Viterbo non è Los Angeles e che le due porte sarebbero state, non dico appiccicate, ma quantomeno raggiungibili facilmente in caso di errore. Avevo il 50% di possibilità di sbagliare stazione di arrivo e indovinate un po’?

Quella giusta era ovviamente porta fiorentina. Arrivato a destinazione mi sono dovuto fare circa due km a piedi sotto il sole per raggiungere l’altra porta e prendere finalmente il Cotral al costo di 2,5 euro.

Viaggio piacevole per le campagne di circa mezz’ora. Arrivati a Civita, c’è un’altra navetta per arrivare al borgo (1 euro). Navetta senza aria condizionata, quindi aspettatevi il Sahara inside.

Partenza da Trastevere ore 8:56. Arrivo al parcheggio di Civita ore 13:30. Praticamente il tempo che ci metteremmo in auto per arrivare a Cerignola di Puglia. Ma non è finita, ora arriva il bello.

Dal parcheggio della navetta, si può gustare il meraviglioso panorama che ci circonda: la valle dei calanchi con i suoi colori, le colline erose dalla natura e Civita che si staglia in mezzo a tutto questo.

Civita di Bagnoregio vista dalla piazza

 

Sembra che il tempo si sia fermato, sapori fantasy mi tornano alla mente, cavalieri, armi, amori e draghi… e il fuoco, perché la temperatura è sempre a 40° e per arrivare a Civita, si deve prima scendere una bella scalinata (col pensiero di risalirla) scendere fino alla biglietteria per altri 2/300 metri e pagare il biglietto che è raddoppiato dal 2013.

E’ lunga la strada per Bagnoregio…

Costa infatti 3 euro a capoccia e io capisco che serva a mantenere il borgo con tutti gli annessi e connessi, ma pensando che è un paese “pubblico” e non un museo privato, un po’ fa storcere la bocca. Ma comunque si pagano i 3 euro, ci si bagna il capo con l’utilissima fontanella a lato e ci si avvia per il ponte di cemento armato costruito nel 1965 in sostituzione dell’antica strada ormai erosa e pericolante.

Il lungo ponte in salita per Civita

Dal ponte si fanno ottime fotografie. Suggestiva tutta la panoramica che merita un attimo di tempo. Purtroppo il sole inesorabile delle 14 ci ha reso l’attraversamento molto arduo, specialmente quando la salita diventa “importante” e per arrivare alla porta in alto, un po’ dovrete faticare.

Panorama dal ponte

Se vi volete divertire, appena entrate nel paese, riposatevi dieci minuti seduti all’ombra e guardate le facce stremate dei turisti che arrivano in apnea, gonfi di aria, sudati come un prosciutto dimenticato sul bancone d’estate, e mezzi infarti dei più anziani.

Finalmente si raggiunge la porta all’ombra…

 

 

Un gruppo di giapponesi tutti con l’ombrellino d’ordinanza, è arrivato compatto come una falange romana, bestemmiando tutti i loro dei, e trangugiando all’istante un litro di liquido giallastro che tutti avevano nelle loro borracce trasparenti.

Dopo essermi ripreso un po’ anche io, ho iniziato l’esplorazione del paese. Tutto è molto ben tenuto, i fiori ai balconi, le finestre delle case abbandonate pulite, i tetti rifatti, l’impianto di irrigazione, in terra nemmeno una cicca, tutto è preciso e pulito. Pare di essere in un outlet di periferia per come è tutto “costruito”.

Civita e i suoi palazzi adornati

Gli scorci panoramici a volte ti lasciano piacevolmente sorpreso e la macchina fotografica scatta da sola, ma la sensazione di vedere “un paese abbandonato” non c’è. Non c’è il fascino, i colori smorti, un vetro rotto, una casa sventrata dal tempo da esplorare… Ogni tanto esci dal giro “turistico” e trovi la strada chiusa. Oppure un bel cartello “PRIVATO”.

Scorci del borgo

La chiesa è agibile e usata per ricorrenze religiose. Al suo interno ci sono le reliquie di San Bonaventura, nativo del posto., col campanile danneggiato dall’ultimo terremoto che ha colpito Amatrice. 

La chiesa “ferita” dal terremoto

Colonia felina molto numerosa, vista l’assenza di auto in tutto il paese. C’è anche la bottega di Geppetto, ma l’euro richiesto per vedere qualche attrezzo arrugginito, non mi ha convinto. Ah, a Civita di Bagnoregio ci hanno girato il “Pinocchio” di Sironi, e altre opere cinematografiche e televisive.

Gatti in panciolle se la godono a Civita senza macchine.

Le due strade principali e la piazzetta della chiesa sono farcite di trattorie/osterie/bruschetterie dove puoi rifocillarti senza pudore. Un po’ troppo turistici per i miei gusti con orde di giapponesi più guida con ombrellino annesso, anche se era martedì.

Abbiamo testato “La cantina di Arianna” vicino alla chiesa. I primi, anche se un po’ “delicati” erano buoni. La bruschetta con i carciofi non era degna di quel nome. I carciofi sapevano di “discount”. Ceci con radicchio all’aceto balsamico e patate cotte sotto la cenere, accettabili. Prezzi poco superiori alla media cittadina ma è anche giusto così visto il posto. Purtroppo non si può pagare con carta di credito o bancomat, quindi frugatevi in tasca.

Insomma, Civita di Bagnoregio va visitata innanzitutto in stagioni miti, primaverili, o se volete un po’ più di “ambient” anche invernali, così beccate pure un bel nebbione da film horror.

Bisogna andarci in auto. Non è possibile perdere otto ore abbondanti tra andare e tornare, per starci poco più di due ore. E per ultimo, va messa in un percorso di visita dove oltre a Civita si vede anche Orvieto che è a pochi km. Partire da casa solo per vedere Civita di Bagnoregio, non conviene, sia per il costo sia per il tempo perso.

Alla fine, è meglio vederla da lontano. L’immagine che dà di se appena arrivati è veramente sorprendente, ma una volta dentro al borgo pare un museo a cielo aperto troppo costruito che mi ha lasciato l’amaro in bocca. Da apprezzare comunque lo sforzo del comune che si prodiga nel mantenere in ottime condizioni questo “monumento” ma sta diventando più un’attrazione turistica che un monumento di pregio e questo è un peccato. Cosa potrebbero fare?

Non certo lasciare andare tutto in malora per rendere il paese più “abbandonato” ovvio, ma magari dare la possibilità ai turisti di visitare luoghi non “perfettini” (ovviamente messi in sicurezza) e limitare un po’ i troppi ristorantini e negozi di paccottiglia che riempiono le strade principali.

Per adesso è tutto, al prossimo viaggio!

 

 

 

Licia Troisi e il miracolo Mondadori…

Licia Troisi: un nome che vedo da anni in libreria, stampato su libri colorati, dalla copertina accattivante, e con quel magico bollino della Mondadori “Best seller”. Fino a poco tempo fa ero convinto che “Licia Troisi” fosse una scrittrice straniera, come lo è R. A. Salvatore, entrambi con un cognome che sembra italiano. Ma invece non è così e come ho potuto constatare, le similitudini con Salvatore, finiscono qui, in quanto ritengo Salvatore, un grande scrittore fantasy (e fantascientifico visto che ha scritto libri sull’universo di Star wars) un grande scrittore di cui ho letto sei libri della saga “Forgotten realms” quindi so di cosa parlo.

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Licia Troisi versione “Terminator”

Di Licia Troisi invece non sapevo niente, ma avevo un “sentore” che mi portava a prendere i suoi libri in mano, guardare la copertina, leggere la quarta di copertina e a riporli ordinatamente sullo scaffale. Ma questa curiosità di leggere un suo libro mi è sempre rimasta, così ho preso l’occasione al volo quando mi hanno regalato un comodissimo Kindle, nel quale c’erano già 6 GB di titoli in omaggio, tra cui diversi libri della Troisi tra cui: “Nihal della terra del vento” sua opera prima del 2004 edita da Mondadori.

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Copertina Cronache del mondo emerso.

Licia Troisi, come si legge nella sua biografia è appassionata di manga e fantasy. A venti anni scrive la sua prima storia, ci rimugina un annetto e poi stampa il tutto e la spedisce alla casa editrice più grande d’Italia, che dopo un altro anno la chiama e la informa che il suo libro verrà pubblicato. La scrittrice ha appena 22 anni e di colpo viene catapultata nell’olimpo dei “best seller” con vendite milionarie (e anche guadagni spero).

Da qui in poi la carriera prende il volo e ad oggi ha scritto mi pare, 15 libri uno dietro l’altro, tutti con la stessa protagonista: una giovane mezzelfa dagli occhioni viola e i capelli blu (chiaro riferimento manga): Nihal, a cui piace tantissimo usare la spada, i draghi e ovviamente combattere per la salvezza del suo mondo, le terre emerse (se non lo erano poteva essere una foca, al limite).

Ma nonostante tutto, a me questa Troisi stava sempre sullo stomaco. Sarà un po’ di invidia forse? Sicuramente sì, lo ammetto, invidia marcia da sceneggiatore, a tratti quasi scrittore, che non si è mai cimentato realmente in un romanzo e che vorrebbe farlo ma non trova mai il tempo (o l’ispirazione giusta).

Licia Troisi versione Zorro.

Quindi invece di continuare a rosicare, mi sono preso quel libro e me lo sono letto in una settimana, di filata, tutto d’un fiato. Poi ho aspettato un’altra settimana, a mente fredda ed eccoci qua. Vi avverto che per chi ancora non l’avesse letto, questo articolo contiene SPOILER quindi siete avvisati.

Inizio il libro e già a pagina due sto soffrendo. La protagonista è una femmina ma si comporta come un maschiaccio. Picchia i ragazzi ed è più brava di tutti a combattere. Ama la guerra non si sa per quale recondito motivo, sa già comandare gli altri nonostante abbia 15 anni.

Licia Troisi versione Licia Troisi.

E’ la “diversa” del gruppo, quindi mi aspetterò del razzismo latente. E poi ovviamente è orfana… di madre, sennò era troppo “normale e semplice la vita”. Quindi capiamo come mai sa combattere: il padre è l’armaiolo/fabbro più bravo “del mondo”, davvero eh? Non lo dico io, lo dice il libro. E ovviamente vive in una casupola in un paesello su un monte.

Però sa fare delle armi perfette richieste da tutti, e sa lavorare un metallo nero rarissimo e durissimo (come se lo procura non si sa) con il quale forgerà l’arma perfetta per la figlia. Si capisce alla quinta pagina che non è il suo vero padre, anche se la tirano per le lunghe fino a metà libro. Si capisce immediatamente che sua madre non era umana (e grazie al ciufolo, ha gli occhi VIOLA e i capelli BLU, oltre ad avere le orecchie a punta alla Spok di Star Trek!!)

Ma quello che più mi fa rabbrividire sono i passaggi temporali. I fatti si susseguono velocemente da un rigo all’altro. E’ tutto un raccontare frenetico di fatti, intervallati da descrizioni ultra minuziose e esagerate, facendo uso di aggettivi impropri, ridondanti, dove tutto è “il più bello” “meraviglioso” “paesaggi mai visti” tutto superlativo insomma. E quando la favoletta descrittiva finisce, ecco che la Troisi riattacca con il racconto frenetico, cronaca ora per ora, minuto per minuto di quello che succede.

In dieci pagine la ragazzina conosce la sua prima sconfitta, conosce una zia maga, fa il suo primo viaggio da sola, decide di diventare anche un po’ maga (che per i canoni fantasy è una bestemmia) si fa accettare con una prova ridicola dalla zia come allieva, fa amicizia col suo primo nemico, diventa maga maghella, e per finire, il suo paese viene devastato dall’invasione… di chi? Ma del “Tiranno” ovviamente, un nome che è originale come un monologo di Panariello.

Il Tiranno infatti, solo perché “odia tutti” vuole uccidere tutti… (ommioddio) e “tutti” sono gli abitanti dei 4 regni… indovinate quali? Il regno del vento, dell’acqua, del fuoco e della terra. I quattro elementi! Ma che cosa originale anche questaaaaa!

Quindi la superba spadaccina Nihal rimane orfana anche di padre perché proprio mentre lui sta combattendo con tre schifosi nemici mostri, lei si mette in mezzo, potrebbe aiutarlo ma lui furbissimo glielo impedisce e si fa ammazzare. La bimba scappa e decide di entrare a far parte dell’accademia dei cavalieri del drago. Uomini esperti nell’arte della guerra che cavalcano i draghi appunto. E appena vede il primo cavaliere che succede?

Ma se ne innamora immediatamente, ovvio, anche se il tipo è innamorato di sua zia, la maga, ma tanto la zia parte per un viaggio improbabile e non se ne sa più nulla. Ah in tutto questo, Nihal risulta essere l’ultima elfa sul pianeta, perché in passato umani e gnomi li hanno sterminati tutti e il Tiranno ci ha messo pure il carico da dieci. Quindi la ragazzina che ha compiuto 18 anni adesso è super incazzata e non vede l’ora di vendicarsi. Si fa prendere in accademia sfidando i dieci migliori allievi e battendoli tutti (o chi è Ken Shiro?) anche se il generale effeminato che la odia a prescindere, ha addirittura pagato un mercenario per farla fuori durante la prova (si vogliono un bene dell’anima in questa accademia).

Qui, nonostante che tutti la trattino malissimo perché “diversa” (vai la tematica razziale fa sempre presa), e che nessuno la voglia accanto durante la mensa (mi aspettavo da un momento all’altro di vedere Lisa Simpson avvicinarsi a Nihal e offrirle il latte nel tetra pack), insomma riesce ad emergere, avere la fiducia dei compagni, trovare un maestro e a combattere le sue prime vere battaglie. Purtroppo però la sua voglia di uccidere è troppa e il suo maestro, uno Gnomo (ma non li avevano fatti fuori proprio loro gli elfi? Mah!) non la ritiene più responsabile e la manda via in licenza permanente. (si si proprio il termine “licenza” usa).

Durante questa licenza incontra nel bosco cappuccet… ehm un bambino che si è perso e sta per essere mangiato da un lupo (ma con tutte le bestie fantastiche che ci potevano essere… ma proprio un lupo?!). Lo salva ma rimane ferita e si ritrova accudita da un’altra donna con cui farà amicizia. Ma le comari del paesello mormorano, soprattutto quando aiuta la sua nuova amica a curare bambini ammalati con le sue arti magiche. E i genitori del bimbo appena salvato invece di ringraziare che fanno? Gridano “strega!!” Ma come strega? In un mondo fantasy dove esistono i maghi, non hai di meglio da dire a una che ti ha salvato il figlio: “strega”? Come fossimo nel 1600 nel Maryland praticamente…

E quindi dopo un po’ di tempo da “civile” la bella mezzelfa non si trova più a suo agio e torna a menar fendenti nell’esercito. Nel frattempo il suo amato Fen (il cavaliere belloccio di prima) è rimasto ucciso in battaglia e la grande guerriera piange per giorni e giorni. Paginate intere di lacrime e sussurri romantici per uno che aveva visto tre volte, con cui aveva solo scambiato botte da orbi con la spada, già innamorato della su’ zia pure. Sempre tutto molto realistico.

Ma ecco che entra in scena il drago. Ogni cavaliere ne ha uno, lo comprano alla coop al 3×2 il venerdì sono in offerta. Il suo invece gli arriva dritto dritto dal fronte, è ferito, incazzato nero e tristissimo perché ha appena perso il suo cavaliere. Quindi ovviamente lo assegnano alla ragazzina ultima arrivata, così si riempie altre dieci pagine di tentativi per ammaestrarlo. Il drago è profondamento adirato con tutti gli esseri del mondo emerso perché il suo cavaliere è morto, anche se è con gli umani che resiste al tiranno, ma lui è fatto cosi’, è carattere non ci si può far niente.

Ce l’ha con tutti anche con chi gli dà da mangiare. Ma la nostra eroina come riesce a farselo amico? Indovinate un po’: come nelle favole! Gli toglie la catena alla caviglia e gli guarisce la ferita che aveva sotto… e come per magia il drago adesso si fida di lei e potranno combattere insieme finalmente!! Fine.

Ora: questo libro ha venduto milioni di copie. Milioni eh? Non qualche migliaio. Quindi, o sono rincoglionito io, e di fantasy non ci capisco nulla, oppure c’è qualcosa che non va nel panorama dei lettori italiani (anzi mondiali, visto che il libro è stato tradotto in non so quante lingue diverse).

Certo che si fa presto a dire: “lo sapevo scrivere anche io una roba così” lo so e quindi non lo dirò, ma non posso fare a meno di dire che si vede che è scritto da una ragazza (e sottolineo ragazza) ventenne e mi meraviglio anche degli editor di Mondadori perché ci sono delle ingenuità troppo evidenti. Viene usato spesso un frasario “moderno” con tipiche cadenze cittadine, che in un mondo medioevale come quello non stanno ne in cielo ne in terra.

A volte mi sembrava di leggere “Le avventure di Samantha del Grande fratello”. Non c’è pathos, non si “vede” un mondo fantastico, è tutto retto dai nomi ad effetto, luoghi super fantasy come “terra del vento” e nemici palesi come il “Tiranno”. Ma cavolo nemmeno un nome serio per un nemico? Anche “Giuseppe” avrei preferito!

Insomma un libro per bambini, nemmeno tanto svegli, a mio parere. E credetemi che ho fatto molte “tare” nel leggerlo. Ovviamente mi sono messo nei panni di un 14 enne, ho preso atto che al momento della scrittura lei aveva venti anni, e spero vivamente che sia migliorata. Per questo leggerò un altro libro suo, tra un po’, quando mi sarà passata la nausea. Mi direte: “ma adesso sei adulto, è ovvio che non trovi più affascinante una lettura fantasy”.

Sbagliato! Mi sono riletto due mesi fa “I draghi del crepuscolo d’autunno” di Weiss e Hickman della saga Dragonlance ed è sempre meraviglioso. Ci sono intrighi veri, i personaggi sono descritti completamente non solo per cosa indossano e quali mosse spericolate sanno fare. Ci sono dei profili psicologici profondi e quella saga l’ho letta a 14 anni, rimanendo folgorato. Se avessi letto “Nihal della terra del vento” forse sarei rimasto folgorato sì, ma solo per il lancio del libro sull’abat jour!

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Licia, vedo dalle foto che pubblichi sul tuo sito, che abbiamo molti interessi in comune e sei anche laureata in astrofisica (infatti prendi i nomi dei tuoi personaggi da pianeti e corpi celesti) spero vivamente che i prossimi tuoi libri siano stati scritti con una maggiore maturità e che le storie si sviluppino anche in verticale non solo in orizzontale come se fosse un fumetto leggero per ragazzini svogliati.

Hai fatto (in questo libro ripeto) un mix di tanti altri libri famosi, che si vede che hai letto, hai preso tutti i luoghi comuni fantasy che potevi e li hai mescolati. La fortuna ti ha baciato (e piove sul bagnato) ma se un giorno ci incontreremo mi spiegherai che magia hai fatto a quelli della Mondadori per farti pubblicare.

Con simpatia, un amante del fantasy…

 

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