L’invasione silenziosa – Unità 731

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Unità 731. Cavie umane.

Quello che segue è un’opera di fantasia da me scritta anni fa e non ha nessuna valenza a riguardo dei fatti accaduti negli ultimi mesi nel mondo. E’ un’opera di fantasia e come tale deve essere considerata. La scrissi come soggetto di un film ma visto che era impossibile da realizzare ne feci un “racconto” atipico ma mai pubblicato e mai spedito a nessuno per farlo leggere. E’ ancora scritto molto in forma di “soggetto”, quindi molto per immagini e paragrafi.

Lo pubblico oggi perché ci sono notevoli coincidenze che sono quantomeno curiose e avrei dovuto pubblicarlo prima a questo punto, onde evitare possibili commenti tipo: “eh ma è già successo” . Che ci crediate o meno, io l’ho scritto molti anni fa, documentandomi a fondo anche sui fatti accaduti in Cina nella seconda guerra mondiale. Alla fine del racconto ho messo tutti i miei appunti. Buona lettura e che tutto questo non accada mai… ops, troppo tardi.

Marco è uno studente universitario, 25 anni. I suoi genitori (Giulio 62 e Maria 58) gestiscono una lavanderia a secco. Studia lingue orientali, specialistica in cinese.

Si trova per caso a difendere un ragazzo cinese che viene picchiato da dei teppisti. Marco vuole fare amicizia ma Xing (18) è impaurito e scappa.

Marco ha un amico, Renzo (29) già laureato a pieni voti in ingegneria elettronica. E’ un “guru” nel suo campo.

In città c’è un clima intollerante verso lo straniero. La gente è diffidente, non sopporta più la presenza degli extracomunitari in alcuni quartieri. I TG nazionali non fanno altro che mandare servizi su spaccio, aggressioni in villa, scippi, interi quartieri di una sola etnia e barche a largo di Lampedusa che affondano.

Marco ha una fidanzata Lucia (23) anche lei studentessa di lingue orientali, con la quale progetta di andare a vivere via dall’Italia una volta presa la specialistica. Magari proprio in Cina dove vorrebbe fare l’interprete o qualcosa nel campo delle energie rinnovabili. Lucia non ha una situazione familiare felice. E’ orfana di madre e con suo padre ci sono continui attriti.

Renzo è fissato con l’eolico e sta istallando un piccolo generatore insieme a Renzo in terrazza, quando il congegno si rompe. Renzo dà subito la colpa alla “cineseria” anche se forse è stato lui il maldestro. Raccoglie i pezzi e dice che li sistemerà a casa.

Lucia ha un carattere molto forte e diffidente verso il prossimo. Non è razzista ma spesso si trova in contrasto con Marco, soprattutto quando discutono di immigrazione. Il progetto di trasferirsi in Cina l’attira per il discorso economico, ma non molto per lo stile di vita. E’ ancora molto combattuta.

Attentato in Giappone. Un gas letale e sconosciuto uccide tre persone. Nessuno rivendica il gesto.

A Roma i negozi cinesi di abbigliamento, che nascono come funghi, sono sempre vuoti. Marco se ne rende conto, quando per una festa di carnevale vuole comprare un costume. Se chiede informazioni, a fatica gli rispondono. Pare che vendere, non sia proprio il loro scopo.

Tutto il contrario invece nei ristoranti cinesi, dove il cliente è coccolato, servito immediatamente, il cibo è buono e non costa molto. Quei locali infatti sono sempre pieni. Marco e Lucia sono clienti affezionati.

Marco è in difficoltà con l’affitto. Per arrotondare chiede di fare il cameriere in uno di questi ristoranti, ma viene sempre rifiutato, anche se si accontentava di una paga molto bassa.

Dai racconti di amici che hanno figli alle scuole medie o superiori, Marco apprende che i ragazzini cinesi non fraternizzano molto con gli italiani. Stanno sempre un po’ in disparte, come del resto fanno anche gli adulti. Sono una comunità a sè. Una ricca comunità che però non muore mai. Nessun cinese fa mai un funerale. Se succede un incidente, arriva una agenzia cinese di pompe funebri e pensano a tutto loro. Non si è ben capito dove li mettano visto che nei cimiteri, di cinesi, nemmeno l’ombra.

Invece i grandi camion che scaricano tonnellate di vestiario di bassa qualità, quelli se ne vedono anche troppi. E questo fatto insospettisce sempre di più Marco.

Compleanno di Marco. Organizza una cena al ristorante cinese. Uno dei camerieri del locale è Xing, il ragazzo che ha aiutato in precedenza.

Durante la cena un amico di Marco, fa una domanda provocatoria a Xing: “ma possibile che i cinesi non muoiono mai?” Xing si imbarazza e si allontana.

Il titolare del ristorante è suo padre. Gli parla in modo brusco. Marco riesce a capire qualche parola “cose che non lo riguardano” “i nostri affari privati” “non devono sapere” “servi e basta”.

Renzo, fa vedere a Marco come ha aggiustato il generatore eolico. Non ha capito però a cosa servono alcuni piccoli elementi che erano nell’apparecchio. Strani circuiti collegati ad un microchip che in un generatore eolico non dovrebbe esserci. Non ne capisce la funzione.

Intanto negli USA, a Oklaoma city un altro attentato con una polvere tossica non ben definita, uccide altre due persone. Nessuno rivendica gli attentati anche se il basso numero delle vittime, lascia ai TG nazionali spazio per altre notizie.

Marco all’università, entra in confidenza con un professor Bartolini (68) che ama il suo lavoro e vuole portare alla tesi Marco, preparandolo su alcuni temi a lui cari, tra cui lo studio dell’evoluzione della lingua cinese nella storia e le invasioni che ne hanno caratterizzato le mutazioni. Tra le altre cose, gli racconta degli esperimenti tossici che i giapponesi svilupparono in Cina sulla popolazione oppressa negli anni ’20 ’30 e del relativo massacro dei civili di molti paesi limitrofi. La discussione però non si addentra troppo su questo argomento.

Ad Harbin, una grande città nella Cina nord orientale, dei costruttori edili, trovano un proiettile inesploso della seconda guerra. Nel rimuoverlo, vengono fatti evacuare più di centomila persone, più di un intero quartiere, una fatto molto strano per un normale ordigno bellico. Centinaia di quegli sfollati vengono ricoverati in ospedale per accertamenti, come fossero un campione da analizzare. Il reparto “malattie infettive” è stracolmo. La notizia non sarebbe mai uscita dal paese se un hacker non l’avesse pubblicata sul suo blog, ospitato su un server fuori dalla Cina. Lo stesso Hacker viene arrestato pochi giorni dopo ed il blog oscurato. In Italia la notizia viene data a margine di altre ritenute molto più importanti (politica, rapine in villa, caldo estivo).

Marco, grazie alla sua caparbietà, riesce a farsi amico Xing. Anche se molto titubante, il ragazzo accetta la nuova amicizia ma non è mai completamente a suo agio. Parlando delle proprie famiglie, Xing confessa di non averli mai conosciuti. Li vede solo in foto di tanto in tanto. Foto che arrivano direttamente dalla patria. I suoi connazionali, quando hanno una certa età vengono rimpatriati senza un vero motivo apparente.

La loro è una comunità chiusa, non hanno nessun tipo di rapporto con gli italiani se non per emergenze e commercio. Tutto quello che guadagna la sua famiglia, lo invia in Cina, ma molto poco arriva ai suoi familiari, che infatti là, vivono in ristrettezze. Per questo vuole cominciare a guadagnare per sè, vorrebbe vivere la sua vita insieme ai suoi amici, anche italiani ed integrarsi sul serio. In diciotto anni di vita, Xing non ha mai visto un cinese sposare una italiana, nessuno lavorare per italiani, nessuno morire… A lui piacerebbe molto passare tutta la sua vita in Italia. “Non voglio assolutamente morire in un paese che non sento mio!”

Anche sul cibo, Xing racconta che loro non mangiano mai quello che gli italiani trovano molto buono nei ristoranti cinesi, anzi hanno proprio delle direttive precise di non mangiarlo. Non capisce come mai visto che è così buono. Per i cinesi arriva, via container, un altro riso, altre verdure, altra carne, tutta merce non destinata alla vendita.

Mentre stanno parlando, un gruppo di ragazzi cinesi più grandi di Xing, interrompe la loro conversazione bruscamente. “Non devi dare confidenza agli italiani lo sai! Sono cose nostre!

Renzo telefona a Marco e gli dice di andare immediatamente da lui in laboratorio. Ha preso altri generatori eolici, di marche diverse ma tutti fabbricati in Cina, li ha aperti e ciascuno conteneva quel piccolo chip, sapientemente nascosto. La cosa lo insospettisce molto. Li testerà in laboratorio con un nuovo macchinario che ha lui stesso progettato, un prototipo.

Lucia parla con Marco del loro futuro in Cina. Marco non è più così convinto di trasferirsi. Qualcosa lo turba. Lucia invece seppur con qualche riserva, si è resa conto che la situazione economica italiana volge al peggio. Un futuro sarà difficile. Fa i suoi conti e con le opportunità da sfruttare in Cina, in una decina di anni potrebbero sistemarsi e tornare anche in Italia. La sua situazione familiare, ancora molto precaria, non la trattiene a Roma.

Le notizie economiche mondiali, riportano dati sempre più positivi per la Cina. L’Europa invece arranca. A peggiorare la situazione è il nostro primo ministro che fallisce un accordo economico col governo Cinese, creando una tensione commerciale e imbarazzo politico. Molte aziende italiane falliscono. I negozi vengono rilevati da grossi investitori cinesi e trasformati in “compro oro” o rivenditori di vestiti che nessuno compra, tutti intestati ad imprenditori residenti in Cina.

Anche i genitori di Marco ricevono una proposta molto allettante. Un procuratore finanziario si presenta con una grossa offerta economica per rilevare la lavanderia. Giulio rifiuta, anche se gli affari non vanno bene. La vicina di negozio, invece, che gestisce un alimentari, ha subito accettato la proposta, visto che negli ultimi due anni non riusciva ad andare in pari coi conti. Il negozio passerà a gestione cinese da li a due mesi. Diventerà una rosticceria da asporto. Giulio e Maria si rendono conto che sono rimasti gli unici negozianti italiani in tutta la zona.

Renzo ha analizzato alcuni apparecchi elettrici made in Cina presi a caso ed è riuscito a trovare altri chip identici al primo. Il suo prototipo è riuscito ad individuarli ed a catalogarli secondo una particolare procedura di identificazione. Sembra però che la loro funzione sia sconosciuta. Li ha trovati anche in altri apparecchi molto semplici, come trapani elettrici, auto radiocomandate, bambole parlanti, portachiavi sonori. Tutto made in China. Su ogni chip c’è stampato un codice “U-731”. Questo codice non si trova in nessun data base, non si riferisce a niente. I ragazzi non sanno cosa fare. Cosa sarà mai questo chip? A cosa serve? Perché è sconosciuto se è presente in tutti gli apparecchi importati dalla Cina?

Ne parlano col professor Bartolini all’università, che a quella sigla associa subito un fatto poco noto e sanguinoso che il popolo giapponese ha commesso sui cinesi negli anni ’30. Gli fornisce informazioni, libri su cui documentarsi.

Marco e Renzo apprendono che…

…ad Harbin il generale Ishii Shiro detto “il dott Menghele giapponese” a capo della Unità 731 condusse, durante e dopo la seconda guerra mondiale, un folle programma di ricerche batteriologiche. Con il benestare dei vertici militari dell’epoca e, probabilmente, dello stesso imperatore Hiroito, i prigionieri cinesi venivano utilizzati come cavie umane e sottoposti a ogni sorta di terrificanti esperimenti.

Esperimenti brutali, batteriologici, su donne e bambini, esposizioni a gas tossici per esaminarne gli effetti. Il piano rimase segreto anche dopo la fine del conflitto, grazie alla promessa di immunità fatta dall’esercito degli Stati Uniti ai dottori accusati di crimini di guerra, in cambio dei dati emersi dalle loro ricerche e che poi furono usati contro la Corea negli anni ’50. Si presuppone che la Cina abbia un certo rancore nei confronti di questi paesi, anche se sono passati tanti anni.

I documenti dell’esercito nipponico dell’epoca, pubblicati nel libro dello storico americano, rivelano che, “a pieno regime” l’Unita 731 produceva, tra l’altro, 1000 chili di batteri della peste al giorno.

Ma che fine ha fatto questa enorme quantità di pericolosissimi materiali batteriologici e chimici prodotti ad Harbin? Un rapporto riservato della Conferenza di Ginevra sul Disarmo (protocollo CD/1127/CD/CW/WP.384), datato 18 febbraio 1992, fornisce una parziale risposta. Soltanto pochi anni fa sul territorio cinese esistevano ancora: “tre milioni di armi chimiche abbandonate da potenze straniere (leggi Giappone) scoperte ma non distrutte”; 100 tonnellate di agenti batteriologici abbandonate da potenze straniere, scoperte ma non distrutti”.

I due ragazzi rimangono sconvolti dalle notizie apprese. Cominciano ad ipotizzare una “vendetta” cinese. Un’ipotesi fantasiosa, quasi uno scherzo, se non fosse che i fatti degli ultimi mesi, gli attentati e tutto il resto cominciano a collimare.

I due amici, ingenuamente, si recano al comando di polizia più vicino per tentare una denuncia. Chi è di turno li manda via dopo averli identificati con nome, cognome ed indirizzo di casa, ed aver registrato la loro deposizione volontaria, dove Marco racconta di “qualcosa di strano” dentro alcuni apparecchi elettrici made in China.

Fuori dall’ufficio però, un cinese che era in attesa per il suo passaporto, ha sentito tutta la denuncia. Esce in fretta dal commissariato.

intanto Lucia va da Marco per parlargli. Sotto casa trova due cinesi che la trascinano in macchina e la portano via.

Renzo dopo ulteriori esami di laboratorio, stabilisce che questi chip sono una specie di timer estremamente precisi e miniaturizzati. Stanno “contando” e sono tutti sincronizzati.

Marco ipotizza che in una certa data, da quei chip potrebbe scaturire qualcosa di pericoloso in tutto il mondo. Ecco forse spiegati gli attentati in Giappone e in negli Stati Uniti, unici responsabili del massacro cinese, ed ecco spiegata la sigla sui chip U-731. Gli attentati potrebbero essere stati dei test per provare i gas tossici, magari gli stessi ritrovati dopo tanti anni ad Harbin.

Tante ipotesi interrotte, da una telefonata minacciosa da parte dei rapitori di Lucia. Vogliono incontrarli. I ragazzi accettano.

intanto Lucia è tenuta prigioniera in un magazzino. Improvvisamente però arriva proprio Xing che la libera e fugge insieme a lei in auto. I cinesi però li inseguono per le strade trafficate di Roma. I cinesi sbandano e si schiantano. Una pattuglia, allertata dai ragazzi, li ferma e li arresta.

Il giorno dopo in prima pagina, la notizia della cattura di una banda di narcotrafficanti cinesi. Nella macchina sono state trovate tracce di cocaina e da queste, i carabinieri sono risaliti al magazzino: un’azienda di copertura produttrice di giocattoli. I trafficanti avevano equivocato la denuncia di Marco, pensando che i ragazzi avessero trovato tracce di cocaina.

Questa brutta avventura turba molto Renzo che prende al volo una borsa di studio in Australia e parte, interrompendo lo sviluppo del suo prototipo, per studiare altro.

Marco e Lucia continuano la loro vita di studio e lavoro. Dopo la laurea della ragazza, partono per la Cina. Salutano i genitori di Marco che ancora resistono alle generose offerte di acquisto dei cinesi.

Epilogo…

Nello stesso momento, in un altro luogo, in un laboratorio sotterraneo, un cinese termina di inserire “qualcosa” in un pupazzetto meccanico made in China. Lo appoggia su un nastro trasportatore che dopo vari percorsi, porta il pupazzetto in una cesta dove ce ne sono altre decine, identici. Un operaio li inscatola. La confezione colorata con sopra l’effigie del pupazzo viene sistemata in un grande container rosso da nave. Dentro il container ci sono migliaia di scatole identiche.

Lo sportello del container viene chiuso rivelando un cartello in cinese (sottotitolato) Rome- Italy. Il container viene agganciato per essere caricato su una immensa nave da trasporto che contiene centinaia di container uguali a quello che abbiamo visto.

Fine.

D’altronde – conclude – Mao diceva: ‘la bomba atomica non mi spaventa. Di cinesi ne ho talmente tanti’. Perché avrebbe dovuto avere paura della guerra batteriologica?”

Approfondimenti e appunti…

HONG KONG – Ad Harbin i bambini con gli occhi a mandorla e la faccia da piccoli russi attraversano il fiume Sungari in bicicletta, cercando di tenersi in equilibrio, scivolando con le gomme sulle acque ghiacciate. Da lontano questa cittadina della Manciuria, il Grande Nord della Cina, ha persino il sapore della terra di confine. La cupola verde a cipolla della cattedrale conferma quel soprannome di “piccola Russia” che i locali le danno da sempre. Oggi Harbin è una città animata, sporca, logora e inquinata. Quando nel 1949 i comunisti cinesi presero la Manciuria, ereditarono dai giapponesi sconfitti e in fuga una struttura industriale e una rete di comunicazioni che non avevano eguali in nessuna parte del Paese. Ma anche uno dei segreti più agghiaccianti della storia degli orrori del ventesimo secolo: l’Unità 731. Un luogo in cui si consumarono terrificanti atrocità nel nome di una folle progetto voluto dal Giappone Imperiale: trovare quell'”arma finale” che garantisse la supremazia definitiva del Giappone sul mondo.

Fantasmi terribili di un passato lontano ormai quasi sessant’annni, ma che improvvisamente sembrano rivivere per gettare le loro ombre sulla tragedia che, con il contagio della polmonite atipica, sta attaversando la Cina e il mondo intero. Ad Harbin il generale Ishii Shiro detto “il dott Menghele giapponese” a capo della Unità 731 condusse, durante e dopo la seconda guerra mondiale, un folle programma di ricerche batteriologiche. Con il benestare dei vertici militari dell’epoca e, probabilmente, dello stesso imperatore Hiroito, i prigionieri cinesi venivano utilizzati come cavie umane e sottoposti a ogni sorta di terrificanti esperimenti. Il piano rimase segreto anche dopo la fine del conflitto, grazie alla promessa di immunità fatta dall’esercito degli Stati Uniti ai dottori accusati di crimini di guerra, in cambio dei dati emersi dalle loro ricerche.

Il progetto in Giappone era stato avviato negli anni Trenta per iniziativa di alcuni funzionari, rimasti colpiti d

alla messa al bando delle armi batteriologiche contenuta nel protocollo di Ginevra del 1925. Il Giappone nella loro idea doveva assolutamente disporre di queste armi. L’esercito giapponese, che all’epoca occupava una vasta area in Cina, fece evacuare gli abitanti di otto villaggi nella zona di Harbin, per fare posto al quartier generale della famigerata Unità 731″. Dal punto di vista dei giapponesi la Cina costituiva un luogo ideale per le ricerche, poiché offriva materiale umano “di basso valore” su cui sperimentare i batteri: i marutas, ovvero pezzi di legno, come i giapponesi li chiamavano con disprezzo, erano per lo più sospetti comunisti e criminali comuni. Tutti cinesi. L’efficacia delle armi batteriologiche preparate in laboratorio veniva regolarmente sperimentata sul campo: il lancio di pulci infette sul territorio orientale di Ningbo e su quello centro-settentrionale di Changde provocò lo scoppio di due epidemie di peste. Mentre la contaminazione di pozzi e bacini con colture di tifo, colera, tubercolosi, antrace, e anche virus di una forma di polmonite letale, si rivelò efficace. Nel 1942 l’équipe di esperti riuscì a diffondere queste malattie nella provincia cinese di Zhejiang, ma il contagio si estese anche alle truppe giapponesi, provocando la morte di 1.700 soldati.

Il professor Sheldon H. Harris, docente di Storia presso la California State University a Northridge, nel suo libro “Factories of death (Fabbriche di morte)”, pubblicato nel 1997 e considerato un testo di riferimento per la scrupolosa e documentata ricostruzione storica della vicenda, ritiene che le vittime degli esperimenti con armi batteriologiche fatti in Cina siano stati più di 200 mila. “Persino quando ormai il conflitto volgeva al termine e si profilava chiara l’imminente caduta del Giappone, nella zona di Harbin furono liberati animali appestati e infettati con virus e batteri letali, mutati in laboratorio in modo tale da renderli trasmissibili all’uomo. Nelle epidemie che seguirono in Cina, dal 1946 al 1948, morirono almeno 30 mila persone”, scrive il professor Harris. Malgrado siano ormai passati quasi 60 anni, nessuno tra i ricercatori che si sono occupati della vicenda, né tanto meno gli organismi internazionali che si occupano di disarmo globale, come l’Onu, sono mai riusciti a sapere con esattezza dal governo cinese che fine abbiano fatto quei materiali batteriologici. Questo black-out delle informazioni è essenzialmente dovuto alla totale chiusura internazionale della Cina di Mao. Ma anche in seguito, le autorità cinesi non sono state prodighe di informazioni. I documenti dell’esercito nipponico dell’epoca, pubblicati nel libro dello storico americano, rivelano che, “a pieno regime” l’Unita 731 produceva, tra l’altro, 1000 chili di batteri della peste al giorno.

Ma che fine ha fatto questa enorme quantità di pericolossimi materiali batteriologici e chimici prodotti ad Harbin? Un rapporto riservato della Conferenza di Ginevra sul Disarmo (protocollo CD/1127/CD/CW/WP.384), datato 18 febbraio 1992, fornisce una parziale risposta. Soltanto 11 anni fa sul territorio cinese esistevano ancora: “tre milioni di armi chimiche abbandonate da potenze straniere (leggi Giappone) scoperte ma non distrutte”; 100 tonnellate di agenti batteriologici abbandonate da potenze straniere, scoperte ma non distrutti”. Nello Hubei le vittime sono state almeno 2000. Nel 1986 e 1987 poi (malgrado Usa e Cina fossero nemici) l’American department of Defense e la Hubei Provincial Medical University condussero una serie di test su circa 200 volontari locali, affetti da febbre emorragica con sindrome renale. Il risultato fu la creazione di un antivirale da utilizzarsi inizialmente solo per uso militare, per disporre di una cura per le contaminazioni batteriologiche da virus. Il Ribavirin, questo il nome del farmaco, è lo stesso utilizzato estensivamente in questi giorni dai medici cinesi per cercare di curare i malati di Sars.

Il professor Masuda Tsuneshi, direttore del Centro Studi sulla Guerra del Pacifico dell’Università di Taipei, ha raccolto e sviluppato l’insegnamento di Harris. “Da quando sono cominciate ad arrivare le prime notizie dell’epidemia in Cina – racconta a “Repubblica”- ho fatto riflessioni angoscianti. Gli esperimenti di Harbin condotti sui virus della polmonite, la diffusione di animali infettati, la coincidenza sull’uso del Ribavirin…”. Coincidenze sufficienti ad ipotizzare un legame tra gli antichi orrori dell’Unita’ 731 e l’attuale emergenza? Oppure addirittura l’ipotesi che il virus-killer fosse stato già sperimentato o prodotto nei laboratori di Harbin, e poi “richiamato in vita” da qualche contenitore abbandonato in qualche parte della Cina? “Credo che questo sia poco probabile – riflette il professore – anche se non impossibile. Difficile immaginare che un agente patogeno come un virus sia potuto rimanere in vita molti decenni. Dai documenti dell’epoca, però, sappiamo che il generale Shiro e i suoi colleghi lavoravano proprio per mettere a punto ‘veicoli’ che potessero diffondere virus e batteri nell’ambiente mantenendo la loro sinistra efficacia più a lungo possibile, come le spore, ad esempio. Un po’ meno azzardato forse pensare che il regime maoista prima, e i militari cinesi dopo, si siano impossessati delle armi letali di Harbin e le abbiano conservate scrupolosamente per decenni in qualche magazzino o laboratorio segreto, per poter disporre di armi di distruzione di massa. Finora non è emersa alcuna prova certa a favore di questa teoria – obbietta il professor Masuda – ma neppure nessuna prova contro. D’altronde – conclude – Mao diceva: ‘la bomba atomica non mi spaventa. Di cinesi ne ho talmente tanti’. Perché avrebbe dovuto avere paura della guerra batteriologica?”

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