Fenomeno Zalone.

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Sì, di fenomeno si tratta, perchè a questo punto uno prodotto che per il quarto anno consecutivo riesce a fare questi incassi, non lo si può accusare di attirare solo “gente sempliciotta con la licenza elementare” o alla mediocrità del popolino bue che vuole cercare la risata facile. No, Luca Medici e Gennaro Nunziante, con la grande complicità del produttore Pietro Valsecchi, hanno messo su una macchina perfetta. Un mix di furbizia, esperienza, mezzi tecnici, tempi comici, sceneggiatura e attori capaci che ha reso una storia non proprio originale e un tema già sfruttato, un altro successo di pubblico.

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Ho letto in questi due giorni le solite lamentele di chi si ostina a non accettare che questa comicità è pur sempre comicità, che questo modo di far ridere è apprezzato e non solamente, come ho già detto, da chi non vuole “pensare” o vuole ridere facile. Il cinema è ANCHE questo. I film d’autore sono ANCHE questi. E’ inutile sbraitare ai quattro venti su facebook che ormai l’Italia è destinata al declino cinematografico, o all’estinzione della razza umana. Il declino per fortuna, con film come questo, ce lo lasciamo alle spalle. Di Zalone e di Valsecchi, ce ne vorrebbero una sessantina in questo paese e allora forse il declino sarebbe stato sorpassato già da una ventina di anni. Con questo non voglio dire che i vari Moretti, Verdone, Risi, Avati, Luchetti, siano superati, ma se si continua a produrre film e a spenderci soldi (anche tanti) e poi in sala attirano dieci mila persone quando va bene, allora io dico W Zalone e tutta la sua banda.

Il suo film d’esordio lo apprezzai molto, per la “scorrettezza” che caratterizzava e caratterizza ancora il suo personaggio. Purtroppo nei due film successivi non mi piacque più, si era già seduto sul trono del successo e le battute, la trama e la recitazione mi sembravano tutte smorte, già viste, senza quel “di più”. La scorreggia era la scorreggia, il “mavafancul” era solo un vaffanculo detto al momento giusto. Niente di più. Sole a catinelle lo vidi e non risi quasi mai. Un paio di battute da cabaret che mi fecero sorridere e nulla più.

Ieri sera sono stato quasi trascinato a vederlo. Non volevo e non ero nemmeno nel “mood” giusto, ma ci sono andato e sono rimasto piacevolmente sorpreso. A cominciare dalle location (il budget è levitato notevolmente) dalla recitazione dei protagonisti (Eleonora Giovanardi su tutti, il navigato Lino Banfi, rientrato al cinema al momento giusto col film giusto con l’accento giusto, alla soglia dei suoi 80 anni ecchecchezzo! E mi ha fatto piacere rivedere Maurizio Micheli).

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E’ raro che rida al cinema e a teatro e se faccio più di tre risate è grasso che cola. Bè qui sono uscito molto allegro, addirittura in un paio di punti anche lievemente commosso, piacevolmente colpito da qualche scena che non sapevo già come andava a finire anche se i canoni del “viaggio dell’eroe” c’erano tutti. Avete presente quando pensi: “ecco ora succede questo, ecco ora dice così” a parte due scene “grezze” che si poteva evitare, “Quo vado” non mi ha dato questa impressione e per un film italiano è veramente tanto. In alcuni momenti ho respirato addirittura un po’ di “Boris”.

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I film d’autore non ci mancano, abbiamo appena vinto un Oscar mi pare, siamo stati candidati come film straniero con Caligari, quindi perchè dà così fastidio Zalone? A chi? E perchè? A chi non riesce a portare la gente al cinema? “Quo vado” farà minimo 50 milioni quest’anno, non è un cinepanettone normale. Le Vacanze di Natale hanno uno zoccolo duro di affezionati e nessuno glieli toglierà. De Sica, Boldi, Mandelli, Ruffini e Matano sono sotto di parecchi livelli rispetto a Luca Medici che ci è o ci fa? Non me ne importa un ciufolo se ci è o ci fa (per me ci fa), ma in questo caso l’incasso conta. Non può essere solo il risultato di anni di lobotomia televisiva e berlusconismo latente, no è ben altro, c’è uno studio preciso se fa muovere il culo chi come me non va a vedere Neri Parenti, Avati o Moretti ogni volta che fanno un film, e allo stesso tempo acchiappano chi lavora 8 ore al giorno, sta due ore in coda e la sera se va al cinema con la famiglia vuole RIDERE senza troppe giravolte spaziali mentali. In “Quo vado” si ride per la parolaccia, si ride purtroppo nel rivedersi come popolo italiano attaccato al posto fisso, alle raccomandazioni, all’arrangiarsi, al vedere la politica che fa il suo corso inutilmente alle spese di chi si crede salvo, ma magari ha messo nella merda i suoi figli. Non voglio fare un discorso politico ma “Quo vado” è prima di tutto un manifesto del fallimento politico e culturale di chi ha vissuto, lavorato e comandato gli anni ’80 e ’90. Si ride in due modi: per la parolaccia, e per tutto quello che sta dietro alla parolaccia, tutto quell’amaro in bocca che Zalone ci mostra nei suoi film. Il “furbo” meridionale siamo noi italiani, che anche se abbiamo messo in ginocchio questo paese con le nostre mani, in qualche modo lo freghiamo ancora una volta con una risata.

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